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Una riflessione su IL CUSTODE di Pennacchia

by • 18 settembre 2016 • Prima PaginaComments (0)525

“Il custode” di Pennacchia Balducci Stetur

di Filippo De Dominicis

Milano, 22 ottobre 2016

La giornata di ieri è stata per me una di quelle aperture nella vita che segnano una presa di coscienza, un “tempo d’arresto” dopo il quale la percezione delle evenienze non sarà più la stessa. Arrivo a Milano da Toulouse, il mio amico fraterno Francesco Pennacchia viene a prendermi a Linate, cappello da artista che mi fa pensare, mi dico, a Leo De Berardinis nel suo, memorabile per noi due, Totò principe di Danimarca. Conosco in macchina Gianluca Balducci, e mi sembra di averlo già visto, al cinema però, non nella vita.
Arriviamo allo spazio Pim-off; la scena, magnifico assemblage di trovarobato, è la prima opera d’arte che incontro nella giornata: riconosco la mano del meraviglioso bricoleur di palco che è il mio amico da quando si è messo a creare da solo i suoi spettacoli e metterseli in scena, a fare, come direbbero i francesi, “sa cuisine à lui”.

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Primo “time lapse” della giornata: riconosco la sua mano, ma sento lo scarto dell’avanzamento verso un’arte plastica matura, verso una scelta di scenografo che impone da subito un tuffo nell’immaginario pop art nutrito di molte visioni oltre la scena. È una di quelle giornate in cui una coincidenza ne chiama un’altra, regioni di spazio e tempo aprono porte di passaggio; mi sembra di essere in un cristallo cronico, come direbbe Gilles Deleuze se ci vedesse in un film. Mi vedo con Francesco giocare come bambini con i bambini dentro il museo d’arte contemporanea Palazzo delle Papesse di Siena, in mezzo alla pitture materiche di Jim Dine, in anni folgoranti di studi e teatro in una città d’arte viva oggi declinata sotto la barbarie della politica.
Claudio Morganti, nostro comune maestro, nostro amico comune, ci raggiunge. Mi balena nel tempo anche lui, a Siena, vent’anni fa, venire a farci da pedagogo e regista, a noi studenti deviati al teatro per sempre. Quell’inverno a Castelnuovo Berardenga, dove con la sua voce dolce e i suoi occhi concentrati ci portavano fra Jarry e e tutto il teatro del mondo, e il vino rompeva la tensione disciplinata dell’apprendistato nello scoppio delle risate.  Luca Stetur è comparso poco prima, un asciugamano a mo’ di sciarpa; gli altri due attori si prendono gioco di lui: la spessa coltre delle prove li gioca, sono in un interregno che solo gli attori conoscono, che solo altri attori vedono da fuori.
E alle cinque lo apre finalmente il vino, Claudio, immerso come un visitatore antico nella sala di pezzi da collezione che è immensa, a piano terra di questo incredibile spazio. Un incontro è stato organizzato dalla padrona di casa di questa isola di bellezza nella periferia milanese, Maria Pietro Leonardo. Sembra un convivio greco galleggiante nella New York degli anni della Factory: ci guardano da finestrelle di una corte del labirinto Borgesiano i vivi e i morti : Enrico Bay, Mimmo Rotella, David Bowie, Mick Jagger, Renato Guttuso fra gli altri. Originali, incredibilmente. Milena Costanzo apre la voce al discorso che circola come il vino nelle vene degli astanti, è solo un riprendere le chiacchiere densissime di un gruppo di amici: Claudio sempre uguale, sempre divertente, sorprendente, dolce e rigoroso, come i maestri ritrovati sono. Ed ho voglia di dirglielo dopo tutti questi anni e lo faccio, e c’è un’emozione speciale in tutto questo che qui non posso dire, perché so che per molti di voi il teatro non è quella cosa che non potrà mai più mancare alla nostra vita, la casa del Tempo dove si torna a vedersi nello specchio dello Spirito.

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E vorrei adesso parlare dell’opera dei tre attori, accaduta la sera, come il rito atteso e preparato con la cura di cui il teatro senza spettacolo abbisogna. Ma non posso parlarne, perché l’accadimento scenico non è cosa da cronaca: è cosa cronica che uccide Kronos, è scultura del tempo presente: lo specifico dell’arte del teatro, si dirà con Claudio dopo, in pizzeria, è questa “sottile linea improvvisativa” in comunanza con il pubblico, sul filo di un rasoio crudele che può spalancare senza preavviso uno stato di grazia, un incantamento magico direbbe Artaud, che solo al teatro come metafisica è data come chance. Non posso testimoniare dunque dell’accadere del tempo distillato in gocce di suoni e luci, abilmente eseguiti con cura sapiente da Daniele Passeri, nella scrittura scenica di Pennacchia; non posso dire dell’opera ritmica, nel senso del rythmòs dei greci, coalescenza di suoni giocati e respiro del Tutto, onda del mare in andirivieni, soffio del drago della Natura, primo respiro dell’infante che s’oppone alla paura della notte. Non dirò, non dico del gioco al cesello d’ogni battito d’attore, tre partiture sole per un concerto a tre, tre corpi vivi senza personaggio, o allora con un personaggio ingoiato dalla Maschera.

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Non posso dirvi dei tempi d’arresto, del gioco degli sguardi, degli appuntamenti che fanno balenare il teatro fra le maglie della pièce, delle modalità del testo che diviene suono organico per ciascuno, voce concreta di questa terra meravigliosa che è la mia, dove mille sono i toni e gli accenti, mille le temperature del gesto, mille le occasioni d’incontro fra espressione e riso, emozione e contatto dei corpi. Mi dico che non potrò mai incontrare attori così in Francia, e che desidero poter tornare più spesso e lavorare qui, in questa regione del tempo. Non posso davvero dirvi questo Pinter inaudito, crudele come Artaud, luminoso e musicale come un film di Scorsese, nero come una commedia di Petito, carnale come un canovaccio di Commedia dell’Arte. Del resto è intestimoniabile il fremito vitale di Davies Stetur, animale roditore di spazi e oggetti e cibo, fragile nei soliloqui in grommelot pugliese, aggressivo come un gatto impaurito, nella tana d’un Aston Pennacchia, accordato come un organo di note ripetute e variate e sospese, padrone della scena e della casa, pericolosissimo come un cane di paglia alla Sam Peckinpah. Se non venite voi stessi a vederlo Mick Balducci, corda di violino tesa come l’anima di un guerriero proletario, corpo e sguardo da primo Scorsese, mezzo De Niro mezzo Harvey Keitel, ma con una voce di petto da innamorato di Commedia dell’arte e braccia da Arlecchino, io non posso dirvelo. Tutto questo e l’infinito altro che quest’opera è stata ieri non posso dire. Venite a vedere stasera o un’altra volta, perché questo nostro teatro resisterà all’orrido mondo del fuoricampo assoluto, al raccapricciante strisciare della donnola sotto il mobile bar, per dirla con Harold Pinter.

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Photo di Anna Cremona

Esecutivi per lo spettacolo/Compagnia degli Scarti

IL CUSTODE
di Harold Pinter
traduzione di Alessandra Serra
regia di Francesco Pennacchia
con Gianluca Balducci, Francesco Pennacchia, Luca Stetur
Scenotecnica Alessandro Ratti
Si ringrazia Claudio Morganti

In scena: 22-23 ottobre ore 20.30.
Biglietti: intero 15, ridotto 10/7. Per info e rpenotazioni info@pimoff.it / 0254102612

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